Gianluca Matarrese racconta il suo film Il quieto vivere e le radici teatrali della sua famiglia

Una storia di conflitti familiari che affonda le radici nella quotidianità e nelle relazioni umane: è questo il cuore pulsante di un’opera cinematografica che segna l’esordio di un regista con un legame profondo con la sua terra. Gianluca Matarrese racconta una vicenda reale tra tensioni e rancori, espressione di una realtà che si rivela più complessa e profonda di quanto possa apparire a prima vista. Il film, intitolato Il quieto vivere, offre uno spaccato autentico delle dinamiche familiari, esplorando il confine labile tra verità e rappresentazione sul grande schermo. A partire dall’uscita del film, avvenuta il 12 marzo, il regista svela le origini di questa narrazione intrisa di emozione e conflitto.

Rituali e conflitti in un microcosmo familiare

Nel contesto di un paesino calabrese, si sviluppa una storia che, pur apparendo comune, si trasforma in un dramma intenso. Le vite di due cognate, Luisa e Imma, si intrecciano in una guerra silenziosa che si consuma all’interno delle loro case. Già dall’infanzia, Matarrese ha osservato queste dinamiche famigliari, ricche di sfumature e contrasti, che hanno segnato profondamente la sua percezione della vita. Cresciuto a Torino ma con forti legami con la Calabria, Matarrese ha condensato le proprie esperienze in un film che mescola documentario e finzione, portando sullo schermo la verità delle sue cugine, che diventano protagoniste di un’opera audace. In questo modo, il regista crea un palcoscenico domestico in cui la parola diventa strumento narrativo principale. I dialoghi, i monologhi e le battute hanno un carattere tanto spontaneo quanto potente, facendoci assistere a un conflitto che si manifesta più attraverso l’interiorità dei personaggi che attraverso azioni esplosive, riflettendo le tensioni che scorrono sotto la superficie.

Un atto d’amore e una catarsi collettiva

Matarrese descrive la realizzazione del film come un gesto d’affetto verso la propria famiglia. Ogni membro dell’equipe ha partecipato attivamente, contribuendo a dare vita alla storia che hanno vissuto sin da piccoli. Luisa e Imma, le due cugine protagoniste, non solo interpretano se stesse, ma trovano anche un’opportunità per esprimere le loro verità. Questo processo liberatorio rivela una dimensione catartica, in cui il cinema diventa un mezzo di comunicazione e comprensione. La presenza dei genitori del regista, coinvolti nel progetto, ha aggiunto un ulteriore strato di intimità alla produzione. Matarrese riflette su come, in un contesto privato e familiare, il film sia riuscito a superare l’imbarazzo e a dar voce a istanze che, altrimenti, sarebbero rimaste nascoste. Il conflitto messo in scena è, quindi, una forma di teatro della vita che invita gli spettatori a riconoscersi in situazioni simili, alimentando un dibattito sulle dinamiche familiari e sull’importanza della comunicazione.

Gianluca Matarrese racconta il suo film Il quieto vivere e le radici teatrali della sua famiglia

Il potere della parola e l’esplorazione della tragedia

Attraverso il suo lavoro, Matarrese esplora il potenziale narrativo della parola, elevandola a un’arte che trascende la semplice comunicazione. Le sue cugine, con il loro talento naturale nel raccontare storie, sono al centro di un racconto che riflette la tradizione orale meridionale. Matarrese sostiene che la capacità di narrare di Luisa in particolare, capace di incantare un pubblico con la sua voce, origina da una cultura che valorizza la parola come forma di ritualità e memoria. Ma il film non si limita a rappresentare un conflitto personale; si erge come una medaglia che allude a conflitti universali e intrinseci all’esperienza umana. I personaggi vivono un costante tormento interiore, simile a quello degli eroi tragici, in cui l’azione è minima ma il peso emotivo è denso. Matarrese non cerca di risolvere il conflitto, probabilmente perché la sua intenzione è affrontare l’argomento con saggezza e sensibilità, ponendo l’accento su quanto possa essere importante il momento precedente all’irreparabile.

Un ricordo collettivo e una funzione salvifica

La visione di Il quieto vivere ha suscitato reazioni profonde in chi vi ha assistito, specialmente tra i membri della famiglia di Matarrese. Il film è stato presentato per la prima volta al Festival di Venezia, un contesto di grande prestigio che ha amplificato la risonanza della narrazione. Luisa e Imma hanno riconosciuto nel film i propri vissuti, ognuna convinta di avere dalla sua ragione. Questo aspetto dimostra come il cinema possa diventare uno strumento di ascolto e riflessione, capace di dare voce a chi, in una famiglia, spesso viene relegato in secondo piano. Tuttavia, nonostante il film sia stata una forma di catarsi, il conflitto tra le due donne continua. Matarrese suggerisce che il semplice atto di mettere in scena le tensioni familiari potrebbe funzionare quasi da deterrente contro manifestazioni più estreme di disagio, creando un campo aperto di discussione, piuttosto che lasciar scivolare i rancori nel silenzio. La presenza di tali narrativi nel contesto odierno rende il film una rappresentazione non solo di vicende personali, ma anche di un’analisi socialmente rilevante.

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